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Verona for Kids Se sorridi… sei dei nostri


Incontriamoci allora nella piazza davanti a San Zeno: anche dall’esterno la basilica è un vero capolavoro!

La chiesa fu innalzata fra i secoli VIII e IX, sulla tomba di uno dei vescovi più amati di Verona, che venne proclamato santo patrono della città: San Zeno.

Proveniente dall’Africa, Zeno visse nel IV secolo dopo Cristo e fu l’ottavo vescovo di Verona. Forte e generoso, amava stare con il suo popolo, ed è ricordato come il “santo pescatore”: sulla sua figura, la tradizione riporta miracoli e leggende straordinarie. Si narra ad esempio che un giorno, mentre era intento a pescare, un passante gli chiese come mai un uomo della sua importanza perdesse tutto quel tempo in una occupazione così inutile.

Zeno non rispose, ma da lì a poco al suo amo “abboccò” qualcosa di molto pesante... Non certo un pesce, bensì un uomo! Il poveraccio, travolto dalla corrente, era annegato: San Zeno lo riportò in vita e, da quel giorno in poi, tutti videro in lui un “pescatore di anime”. Naturalmente questo racconto ci fa comprendere che San Zeno salvava le persone soprattutto con la sua azione di padre della chiesa, avvicinandole a Dio con la preghiera e gesti semplici, “ripescandole” dall’oscurità del male.

Dopo il terremoto del 1117, che provocò la distruzione di molti edifici, la chiesa venne ricostruita in poco tempo, tra il 1120 e il 1138: ti sembreranno molti anni, ma devi pensare che i cantieri delle cattedrali, senza l’aiuto delle gru, delle ruspe e di tutte le macchine moderne che conosciamo oggi, si protraevano per decenni.

Il risultato fu eccellente, perchè la chiesa mantenne così uno stile (quello romanico) unitario e armonioso in tutte le sue parti.

Osserva la facciata: se hai con te il binocolo, divertiti a seguire con lo sguardo tutti i personaggi che animano le innumerevoli “vignette” in pietra... a quel tempo, solo pochi avevano il privilegio di imparare a leggere e a scrivere, perciò queste sculture diventavano i “libri di testo” per imparare le storie sacre e... ripassarle ogni volta che si entrava in chiesa! I grandi pannelli ai lati del portale, sono dei veri e propri racconti figurati.

A sinistra, le Storie della Genesi sono opera del Maestro Nicolò; a destra, la Vita di Cristo fu scolpita dal Maestro Guglielmo. Più in basso, troverai raffigurate le leggende di re e cavalieri antichi. Sotto il protiro (la grande “tettoia” in marmo che sporge sopra il portale, sorretta dai due leoni stilofori) guarda con attenzione la lunetta scolpita: San Zeno, al centro, schiaccia il Maligno in forma di mostro e accoglie i fanti e i cavalieri che vengono a rendergli omaggio. I colori stesi sopra al marmo rosso sono ancora quelli originali: è curioso sapere che lo stendardo dei fanti è stato però ridipinto più volte, a seconda di chi governava la città!

Guarda adesso le porte di bronzo: per molti sono la vera meraviglia di questa chiesa... Ognuna è composta da ventiquattro formelle, dove si narrano le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, i miracoli di San Zeno, la vita di altri santi. Non si conoscono gli autori (furono almeno due, tra l’XI e il XIII secolo) ma sorprende la straordinaria vivacità delle figurette che sembrano a volte “sporgersi” al di fuori della scena di cui sono protagoniste, quasi volessero vivere una loro avventura.

Diamo un ultimo sguardo alla facciata della chiesa per ammirare l’enorme rosone, detto “ruota della fortuna”: sei figure scolpite tutto intorno rappresentano le vicende degli uomini e un’iscrizione in latino è tradotta così:

(prova a recitarla!)

“Io, la fortuna, determino il destino dei mortali. Innalzo, depongo, dono ogni

bene e ogni male. Vesto gli ingnudi, denudo chi è parato di vesti. Se qualcuno

avrà fiducia in me, se ne andrà deriso.”

Lo scultore si firma, è il Maetro Brioloto.

Normalmente si accede alla chiesa dal lato sinistro, attraverso il bellissimo chiostro, che è ciò che resta di una importante abbazia benedettina. Divertiti a fare il giro tutto intorno, a “studiare” ad ogni angolo i giochi di prospettive che si creano con le lunghissime file di colonnine; cerca anche di identificare tutti gli animali e i simboli scolpiti nelle lapidi e sulle lastre tombali che sono conservate nei corridoi... molti personaggi importanti sono sepolti qui e l’abbazia era conosciuta da re e imperatori che vi soggiornavano di frequente.

Ora entra nella chiesa: naturalmente saprai che d’ora in poi dovremo essere silenziosi e ordinati, perchè i luoghi sacri devono essere sempre rispettati, qualsiasi sia la nostra religione. Ti accorgerai subito che l’interno è composto da spazi diversi: nella larghezza, la chiesa è divisa in tre navate e il soffitto è a carena... un linguaggio “marinaro” che spiega la costruzione dell’edificio usando la similitudine con le imbarcazioni. Poi c’è una “chiesa superiore” (devi salire alcuni gradini e superare una balaustra per arrivare all’altare) e una cripta sottostante: San Zeno riposa lì!

Se vuoi andare a rendergli omaggio, scendi e attraversa un “boschetto” di splendide colonne...osserva i capitelli, sono ricchi di figure curiose e affascinanti.

Adesso invece ti indichiamo quattro cose imperdibili, all’interno della chiesa, che dovrai cercare da solo:

1. Una enorme coppa di porfido.

Secondo la leggenda, fu portata qui dal diavolo su ordine di San Zeno. Si trattava forse di una vasca termale di Verona romana: il porfido rosso proviene dal lontano Egitto!;

2. il Trittico di Andrea Mantegna. Il dipinto, opera del pittore vissuto nel 1400 e famoso in tutto il mondo, rappresenta la Madonna e i Santi che conversano pacatamente, in compagnia di molti bambini e angioletti musicanti; la grande bravura di Mantegna sta soprattutto nell’aver ideato uno spazio straordinario in cui ambientare la scena, fatto di colonne e archi dipinti che “giocano” con quelli scolpiti nel legno della cornice, per farci credere che quella loggia è vera;

3. il leone e il bue, in marmo rosso. Rappresentano rispettivamente gli evangelisti Marco e Luca. I due bellissimi animali sorreggono le colonne ofitiche (cioè abbinate e “annodate” tra loro) dell’altare della “chiesa inferiore”.

4. San Zen che ride! Scopri la grande nicchia dove, seduto in trono, San Zeno ti saluta sorridente impugnando il pastorale (simbolo del vescovo) da cui pende...un pesce! La scultura, del XIII secolo, è in marmo rosso di Verona e conserva i colori originali.

Ci congediamo dal Santo e riprendiamo la nostra via all’aperto, attraverso la grande piazza (dove si tiene, in febbraio, una festa vivacissima molto cara ai veronesi: il bacanal del gnoco) e dirigendoci a sinistra per raggiungere una strada che costeggia il fiume Adige, chiamata Regaste San Zeno: sali i gradini che portano su un terrapieno che guarda sull’acqua, perchè puoi godere di un panorama molto bello... Poi ridiscendi in corrispondenza della piccola chiesa di San Zeno in Oratorio (San Zenetto) che si trova dall’altra parte della strada: vale la pena di attraversare il minuscolo e ridente giardino per entrare a vedere, sulla destra, il sasso enorme sul quale (secondo la tradizione) San Zeno si sedeva a pescare!

Continuando poi la strada che avevi lasciato, vedrai già le mura di un grande castello antico: sei arrivato a Castelvecchio.

Questo grande maniero venne costruito a metà del 1300 per volere di un principe scaligero, Cangrande II (attenzione a non confonderlo con Cangrande I !) che non si sentiva più al sicuro nella sua dimora in piazza dei Signori: in effetti era proprio un tiranno, e i veronesi giocavano con il suo nome, chiamandolo “can rabioso”. Le torri e le mura merlate, con il coronamento a “coda di rondine”, sono un segnale evidente che gli scaligeri parteggiavano per l’imperatore ed erano perciò della fazione dei ghibellini; si contrapponevano ai guelfi, principi e nobili schierati con il Papa.

Il castello, in origine, aveva un bellissimo nome: San Martino in Acquaro. Venne col tempo chiamato “il castel vecchio” in seguito alla costruzione dei nuovi castelli di San Pietro e San Felice.

Costeggiando le mura, avrai notato il bel ponte fortificato che attraversa il fiume: quando lo costruirono, pochi anni dopo il castello, era una meraviglia per l’ingegneria del tempo... un congegno perfetto per difendere il castello dai nemici ma anche per resistere alle travolgenti piene dell’Adige!

Se noti le tre arcate, sorrette da pile possenti, sono diverse: la prima, vicino al castello, è più ampia (42 metri!) e permette così al fiume di scorrere liberamente proprio nel punto in cui il letto raggiunge i 120 metri di

larghezza, e un’ansa imprime più velocità alle acque.

Aldilà del ponte, dove un tempo si trovava il giardino dei principi, oggi c’è un parco giochi molto invitante... Ma è il momento di entrare nel castello! Quando oltrepassiamo il ponte levatoio, ci accorgiamo subito che la vasta corte d’armi è stata riordinata e abbellita da un giardino con fontane e specchi d’acqua: tutto il complesso degli edifici che vedrai ha subito molti cambiamenti nel tempo.

Questo avvenne soprattutto a partire dal 1926, quando finalmente Castelvecchio smise di essere una roccaforte militare e divenne un Museo, visitabile da tutti. In seguito, durante gli anni Sessanta, venne chiamato un grande architetto per restaurare definitivamente il castello e risistemare tutto l’allestimento museale: Carlo Scarpa. Il Museo che vedi oggi è frutto del suo accuratissimo studio e del suo grande amore per l’arte... ti chiediamo perciò di fare attenzione anche ai materiali e le forme che ha usato per dare maggiore risalto ai capolavori esposti.

Dall’ingresso con la biglietteria ti troverai subito davanti ad una serie di sale che raccontano la storia della scultura medioevale veronese attraverso statue, rilievi, resti di decorazioni ed elementi architettonici: divertiti a girare intorno a queste opere straordinarie e cogli i particolari che hai ormai imparato a scovare! (Puoi avere maggiori informazioni leggendo i fogli di sala che sono a disposizione dei visitatori).

Prosegui poi nel percorso, uscendo dalla porta a vetri: fermati un attimo ad ammirare la grande campana di bronzo sulla tua destra... i suoi rintocchi rallegravano piazza Erbe nel 1300 (proviene dalla torre del Gardello)

e, se guardi bene, scoprirai che anche qui è raffigurato San Zeno intento a pescare! Passa quindi sotto l’antichissima porta del Morbio e ti troverai nel giardino privato della Reggia scaligera, alla quale potrai accedere “scalando” la torre del Mastio (alta 42 metri).

Al primo piano della Reggia, vai a vedere la spada antichissima di Cangrande I della Scala, grande principe morto nel 1329: accanto, ci sono preziosissimi gioielli, della stessa epoca, di cui si adornavano uomini e donne della famiglia. Proseguendo, fermati nella quarta saletta di questa sezione del Museo e, girando su te stesso, ammira gli affreschi che sono miracolosamente sopravvissuti: sembrano tessuti antichi, e i disegni ci riportano nel lontano oriente...Nella stessa saletta, non perdere i due dipinti girati verso la parete di fondo, perchè sono tra i più belli della collezione: la Madonna del roseto di Stefano di Giovanni e la Madonna della quaglia di Pisanello (anche per questi, se vuoi altre informazioni, puoi leggere i fogli di sala).

Proseguiamo più veloci, se vuoi, e raggiungiamo il secondo piano della Reggia: puoi fare un giro e vedere altri capolavori, o venire direttamente all’interno della torre del Mastio, nella sala delle armi, dove sono esposte spade, scudi, elmi, parti di armatura, alabarde, falcioni, mazze ferrate... non manca davvero niente! Ma torniamo all’aperto, sulla passerella dove ci aspetta il monumento a cavallo di Cangrande I della Scala.

Cangrande I fu il Signore di Verona più conosciuto ed amato. Visse solo 37 anni (morì nel 1329), durante i quali riuscì però a conquistare tutte le città vicine, arrivando alle porte di Venezia. Gli storici e i cronisti del tempo lo descrivono come un condottiero forte e a volte spietato, ma un sovrano amabilissimo, colto, generoso e spesso di buon umore. Rese Verona potente e ricca e la circondò di nuove mura; alla sua corte giunsero gli artisti, i letterati, gli studiosi e i filosofi più importanti del tempo e tra i suoi amici più illustri figurava Dante Alighieri .

Ci sono tanti particolari affascinanti e curiosi da osservare con attenzione in questa importante scultura.

Il cavaliere sorridente ha un grande elmo a bigoncia calato sulle spalle, con un cimiero a forma di testa di cane “alato”... anche il cavallo ne ha uno, piccolino, quasi uguale! (il cane è, insieme alla scala, simbolo della sua famiglia; le ali sono un “vessillo” imperiale). Sia il cavaliere che il suo destriero si girano verso di noi, la pesante gualdrappa (mantello) sembra mossa dal vento e Cangrande, alzando una mano (che un tempo reggeva la spada), punta i piedi con forza nelle staffe... sembra muoversi!

E’ questo che rende questa statua davvero speciale: sebbene fosse una parte del monumento funebre del grande cavaliere, lo scultore, che oggi chiamiamo il Maestro del Cangrande, ha voluto restituirci l’immagine dell’eroe veronese vivo, presente nella vita del 1300 e nei secoli successivi. Possiamo dire che c’è riuscito?

Lasciamo il nostro grande amico per entrare nella Galleria: ci attendono moltissimi dipinti di famosi pittori, fino al 1700... Ma ti avevamo anticipato che avresti incontrato anche un personaggio simpatico e un po’ dispettoso:

un ragazzino dai capelli rossi... cercalo nella prima sala che incontri. Ti stupirà scoprire che il fanciullo di cui parliamo ci sorride malizioso da un quadro dipinto nel 1500 da Gianfrancesco Caroto, un grande pittore veronese. Ma cosa sta mostrando? Il suo disegno?

Forse ha voluto farti un ritratto, per prenderti in giro... ma le sue vere intenzioni, non le sapremo mai! La bellezza di questo quadro sta anche nel “gioco” che ci propone, e nell’immagine si ferma un istante della sua

esistenza, come nelle fotografie: ci viene voglia di scoprire chi era questo ragazzo, nel suo sguardo e il suo sorriso “leggiamo” un po’ del suo carattere e della sua vita.

Se adesso prosegui, lasciati trasportare dalla fantasia “immergendoti” nel mondo delle storie fantastiche che raccontano molti dei dipinti che incontrerai: noi ti aspettiamo all’uscita, per riprendere il nostro itinerario!

Esci ora dal cortile di Castelvecchio attraversando il ponte levatoio e avviati a destra, verso la Torre dell’Orologio. La targa posta sulla facciata della Torre ti informa che lì vicino, al centro della strada, sorgeva un importante monumento di epoca romana: l’ Arco dei Gavi

L’Arco, che risale alla prima metà del I secolo d. C., fu costruito per onorare una delle più importanti famiglie della Verona romana: la gens Gavia. E’ un arco “quadrifronte” (con quattro facciate), in calcare bianco, firmato dall’architetto che lo progettò: Lucio Vitruvio Cerdone.

Eretto all’esterno delle mura, sulla via Postumia, accoglieva chi arrivava a Verona da sud, testimoniando la bellezza della città e la ricchezza dei suoi abitanti Ora l’Arco non è più al suo posto (se guardi con attenzione, però, puoi vedere sulla strada, davanti a te, delle grandi pietre bianche che segnano la posizione originaria delle quattro basi dei pilastri).

Vuoi sapere dove è finito?

L’Arco dei Gavi rimase dove era in origine fino al 1805, anno in cui fu smantellato dai soldati francesi di Napoleone, che stavano occupando Verona. Trovandosi in mezzo alla strada, infatti, impediva il passaggio delle truppe, dei carri e dei cannoni. Per anni i resti dell’Arco furono custoditi all’interno dell’Arena. Finalmente, nel 1930, fu ricostruito, poco lontano dal luogo originario.

Se vuoi ammirarlo, ti basta percorrere un breve tratto del marciapiede che costeggia il fossato, in direzione opposta al ponte di Castelvecchio. Arriverai in una piazzetta alberata, che dà sull’Adige. Ora l’Arco dei Gavi è davanti a te. Osservalo bene: puoi notare, tra l’altro, che alcune parti sono meno rovinate di altre (si tratta delle parti non originali, che sostituiscono quelle distrutte o perdute). Sui fronti principali, poi, vedrai delle nicchie vuote, che contenevano delle statue andate perdute. Se passi sotto l’Arco, infine, camminerai sulle lastre di basalto nero che ricoprivano la strada romana (si vedono ancora i solchi formate dal passaggio dei carri!).

A questo punto, ti proponiamo due itinerari alternativi: puoi immaginare di essere nella Verona di 2000 anni fa, partire dall’Arco dei Gavi e percorrere il corso Cavour, che segue il tracciato dell’antica via Postumia. In epoca

romana questo tratto di strada si trovava all’esterno della città, tra orti e campi, ed era fiancheggiato da tombe e monumenti funebri. Percorrendo questa strada cerca, perchè è un po’ nascosta, sulla sinistra, la bella chiesetta romanica di San Lorenzo; alla fine del Corso ti troverai di fronte alla porta che immetteva nel centro cittadino: Porta Borsari Da questa porta entrava a Verona una delle più importanti strade consolari romane, la via Postumia, che attraversava l’Italia del nord da Genova ad Aquileia. Oggi puoi ammirare la facciata in pietra bianca, eretta nel I secolo d. C., che originariamente era posta tra due torri. In epoca romana Porta Borsari si chiamava porta Iovia, da un tempietto dedicato a Giove, che sorgeva lì vicino. Il nome odierno risale al medioevo, quando i bursarii riscuotevano i dazi da chi entrava in città.

Da lì puoi addentrarti nel cuore di Verona, tra vie piene di bei negozi, proseguendo per Piazza delle Erbe .

Se, invece, vuoi scoprire un altro personaggio “sorridente” della nostra città, imbocca la via Roma, percorrila tutta e, arrivato in Piazza Bra, volta a destra. Pochi passi ti separano da un luogo molto particolare: il Museo Lapidario Maffeiano.

Il Museo raccoglie antiche lapidi (lapis, in latino, significa “pietra”) e iscrizioni su oggetti prevalentemente di marmo, pietra e terracotta. E’il primo museo lapidario nato in Europa e uno dei più importanti del genere.

Sorge intorno alla sede dell’Accademia Filarmonica, associazione fondata nel 1500 da alcuni veronesi appassionati di musica.

In questo museo è conservata la “collezione” di un nobile veronese vissuto nel 1700: il marchese Scipione Maffei Studioso di grande cultura, i suoi interessi maggiori furono l’antichità e il teatro. Nel 1701 diventò socio dell’Accademia Filarmonica. Da quel momento si occupò di ordinare e di accrescere la raccolta epigrafica dell’Accademia. Maffei elencò e descrisse con precisione tutti gli oggetti della raccolta in un’opera intitolata Museum Veronese (1749).

Se fai la raccolta di qualche cosa – francobolli, figurine, monete – conosci di certo la passione con cui un collezionista va alla ricerca di nuovi “pezzi”, vuole procurarsi quelli che gli mancano, cerca di fare gli scambi più convenienti. Anche il Maffei, per più di venti anni, ricercò e acquistò quello che gli interessava: antiche lapidi e altri oggetti di materiale duro, come statue e urne funerarie, con iscrizioni (epigrafi) nelle diverse lingue antiche (specialmente in greco, etrusco e latino). La sua collezione epigrafica, la prima di questo genere in Europa messa a disposizione di tutti, per più di un secolo fu visitata da chi giungeva a Verona come una delle meraviglie della città.

Poi, l’interesse per le antichità classiche diminuì e la raccolta di Maffei fu quasi dimenticata. Solo nel 1982 il materiale è stato completamente risistemato nel museo che puoi visitare oggi..

Se hai voglia di entrare, vedrai, disposti nelle varie sale, lapidi, iscrizioni e altri reperti. Il materiale proviene, oltre che dal territorio veronese, da molti altri luoghi del mondo antico: ci sono epigrafi greche, etrusche, romane, orientali, cristiane e medievali. Tra tutto questo materiale, che magari tornerai a rivedere fra qualche anno, ti segnaliamo un volto che, da 2000 anni, sorride a chi lo guarda. Vai nella “Sala greca” e cerca, tra iscrizioni e sculture, la stele sepolcrale di Bathyllos.

Questa lastra di marmo era posta sulla tomba di un ragazzino greco vissuto nel I secolo d. C. e che si chiamava, appunto, Gaio Silio Bathyllo. Gaio, rivolto allo spettatore, è rappresentato tra i due genitori, che lo guardano con dolcezza. Ai suoi piedi è accucciato un cagnolino. Sullo sfondo, due maschere appoggiate su un pilastro forse indicano che la famiglia era legata all’ambiente del teatro. Ti stupisce che i tre personaggi siano rappresentati sulla stele sepolcrale con un volto sereno e sorridente? Devi pensare che, nel mondo greco-romano, il mondo dei defunti era immaginato come una prosecuzione della vita terrena. Ed è per questo, anche, che spesso i personaggi sono rappresentati sulle sepolture insieme agli oggetti della loro vita quotidiana.

Se non sei ancora stanco, puoi continuare a curiosare tra un sacco di cose interessanti, come, ad esempio le grandi immagini dei due fratelli Sertorii conservate sotto il pronao, o i tanti volti scolpiti che fanno capolino dai

corridoi ai lati del giardino. Prima di lasciare la “Sala greca”, però, esci sulla terrazza che si affaccia verso la piazza Bra: da lì ammirerai, in tutto il suo splendore, un monumento che certo non ti puoi perdere: l’Arena.

Eccoci arrivati alla fine del nostro itinerario insieme...sei stanco? Puoi riposarti sedendoti sulle panchine dei giardini della piazza, in compagnia di una bella merenda o, se non l’hai portata, scegliere tra gelati, panini, pizze e golosità varie che qui davvero non mancano!

Noi ti salutiamo e ti aspettiamo per una nuova giornata insieme nella nostra città, che, adesso, è anche un po’ tua!

Arrivederci!



( Fonte testo ed immagini Comune di Verona)


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